Why death is not the end of your social media life


Forget Ouija boards. If you want to communicate with the dead these days, all you need is Twitter. Much like last week's episode of Charlie Brooker's Black Mirror, in which a grieving woman uses a digital service to communicate with her deceased boyfriend, social media is already bridging the gap between the living and the dead. Launching in March is a new Twitter app called LivesOn. The service uses Twitter bots powered by algorithms that analyse your online behaviour and learn how you speak, so it can keep on scouring the internet, favouriting tweets and posting the sort of links you like, creating a personal digital afterlife. As its tagline explains: "When your heart stops beating, you'll keep tweeting."
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La trovata è chiacchieratissima: Lives On è davvero un social network dedicato ai morti, e non parliamo di una sorta di rete sociale in cui grandi e piccini (più grandi che piccini, si spera) si riuniscono attorno alla figura di un caro scomparso, no no! Lives On, infatti, permette di allungare la vita di chi vi è iscritto, anche dopo la sua morte naturale: vengono creati degli account ad hoc, che rispecchiano il modo di fare che il defunto aveva quando era ancora vivo. Ma vediamo i dettagli.
“When your heart stops beating, you’ll keep tweeting“, questo è il motto di LivesOn, la cui versione beta contava a inizio marzo circa 7mila iscritti; tradotto, significa “quando il tuo cuore smette di battere, continua a twittare” e lascia davvero ben sperare (forse).
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Via >>> [Liveson]